Stai sfogliando l'archivio mensile di giugno 2005.


… lungo il suo percorso incontra una famiglia di elefanti.
di Italo Calvino
"Lo schema potrebbe avere una circolarità, nel senso che l’ultimo segmento si può collegare col primo. Totalizzante, dunque? In questo senso, certo, mi piacerebbe che lo fosse. E che nei delusivi confini così tracciati riuscisse a circoscrivere una zona bianca dove situare l’atteggiamento “disconoscitivo” verso il mondo che tu proponi come il solo non rnistificatorio, quando dichiari che “il mondo non può essere testimoniato (o predicato) ma solo disconosciuto, sganciato da ogni sorta di tutela, individuale o collettiva, e restituito alla sua irreducibilità”.

"Un giorno i brividi ci abbandoneranno. Perchè? Perchè non ne siamo degni?"
Scompariranno i pensieri insistenti. Le sottili nervature della trama il cui disegno ci sfugge. La lingua che ci ha accarezzato per un momento la schiena. I brevi affanni. Il canocchiale che punta solo quel punto. Il pensiero che è un gioco, ma è un gioco ? L’incerto per il certo. L’incerto.Mai, forse mai, no, mai. Mai? Le scuse. Le inezie di saliva. Le lingue che s’incontrano, le lingue. Il tatto ritrovato. Il tatto esasperato. Le forme, le nuove forme. Il nuovo culo sotto le mani. Il brusco chi è , chi sei. Ah, sei un gioco. Un gioco? Gli impulsi, i cosiddetti impulsi. La punta del cazzo che s’arroventa, la punta del cazzo mentale che s’arroventa. Il canocchiale che punta quel punto.Che s’iirradia e s’arroventa. Gli stordimenti, gli stordimenti fulminei. I fulmini. I piccoli fulmini. Le scosse, le scosse. L’attesa che spegne e s’accende. L’idea dell’attesa. Nessuna idea e solo i capezzoli. L’ombelico. Un dito nell’ombelico, di notte. Un dito solo nell’ombelico di notte Un’ombelico di notte. La vita intera.
Stretta mi va, la mia città. Parto e vado via. Lascio Parigi, parto a piedi e m’incammino verso Trofarello. Dall’Algeria il volo in aereo fu scomodo e avventuroso: meglio, molto meglio le suole delle mie scarpe da viaggio.


occhio inumano
Mi trovavo lungo le sponde del Missisipi o del Yang tze Kyang o del Po, non so, circa sessant’anni fa,pressapoco così, insomma quando ho veduto scendere a pochi metri da me una sorta di marchingegno singolarissimo che emetteva strani rumoretti simili a ruttini cioè rumori corporali vari, ma non ammarò cioè non scese proprio nell’acqua ma emise un sibilo ed uno sbuffo indi una voce gutturale sortì da un buco di lato che profferì tali parole:
" Togliti i calzari che il luogo che calpesti è sacro, io sono colui che ti ha messo al mondo, ovvero tuo padre, di’ ad Ernesto che è un fico secco e a Norina che faccia meno la scema, intanto vai a comprarmi tre toscani che là non li fanno: sappi che io sono la macchina spara blog ovvero l’occhio inumano e pure tuo padre.
Amen fanculo ciau."
Mi sono perso, ed è un’infatuazione poetica, a Trofarello.
Come faccio a tornare a casa?
Cuando los famas salen de viaje, sus costumbres al pernoctar en una ciudad son las siguientes: Un fama va al hotel y averigua cautelosamente los precios, la calidad de las sábanas y el color de las alfombras. El segundo se traslada a la comisaría y labra un acto declarando los muebles e inmuebles de los tres, así como el inventario del contenido de us valijas. El tercer fama va al hospital y copia las listas de los médicos de guardia y sus especialidades.
Terminadas estas diligencias, los viajeros se reúnen en la plaza mayor de la ciudad, se comunican sus observaciones, y entran en el café a beber un aperitivo. Pero antes se toman de las manos y danzan en ronda. Esta danza recibe el nombre "alegría de los famas".
Cuando los cronopios van de viaje, encuentran los hoteles llenos, los trenes ya se han marchado, llueve a gritos, y los taxis no quieren llevarlos o les cobran precios altísimos. Los cronopios no se desaniman porque creen firmemente que estas cosas les ocurren a todos, y a la hora de dormir se dicen unos a otros: " La hermosa ciudad, la hermosísima ciudad". Y sueñan toda la noche que en la ciudad hay grandes fiestas y que ellos etán invitados. A otro día se levantan contentísimos, y así es como viajan los cronopios.
Las esperanzas, sedentarias, se dejan viajar por las cosas y los hombres, y son como las estatuas que hay que ir a verlas porque ellas no se molestan.
Julio Cortázar, "Historias de cronopios y famas"
