Stai sfogliando l'archivio mensile di aprile 2005.
andando verso il lavoro, con la radio accessa, ascoltai il capitano del Airbus, l’aereo più grande del mondo.
Volava per prova, per prima volta, e la nave atterrò felicemente in Bordeaux, dopo una traversata tranquila.
Disse il capitano che guidarla fu facile come andare in bicicleta.
Poi, la sera, si è vista nel telegiornale.

E’ difficile immaginarsi le proporzioni, c‘era solo lei nel cielo vuoto
che annunzia maggio.
Di notte, siamo usciti a cenare.
Le lampadine del lungomare illuminavano la pancia di 4 o 5 gabbiani che survolavano la città.
Vicini alle stelle, di un bianco che resta, fosforescente.
All’alba, tuttavia nelle strade vicine al mare, ci siamo fermati in un angolo della zona bassa.
La luna era ancora sopra il porto, demezzatta e trasparente contro un cielo pulito di nuvole.
Non sono riuscita a muovermi.
Nemmeno lui
La fuga dal reale,
ancora più lontano la fuga dal fantastico,
più lontano di tutto, la fuga da se stesso,
la fuga dalla fuga, l’esilio
senza acqua e parola, la perdita
volontaria di amore e memoria,
l’eco
che non corrisponde più all’appello, e questo che si fonde,
la mano che diviene enorme e che sparisce
sfigurata, tutti i gesti insomma impossibili,
se non inutili,
l’inutilità del canto, la purezza
del colore, né un braccio che si muova né un’unghia che cresca.
Non la morte tuttavia.
Ma la vita: captata nella sua forma irriducibile,
senza più ornamento o commento melodico,
vita a cui aspiriamo come pace nella stanchezza
(non la morte),
vita minima, essenziale; un inizio; un sonno;
meno che terra, senza calore; senza scienza né ironia;
quello che si possa desiderare di meno crudele: vita
in cui l’aria, non respirata, mi avvolga;
nessuno spreco di tessuti; loro assenza;
confusione tra mattino e sera, senza più dolore,
perché il tempo non si divide più in sezioni; il tempo
eliminato, domato.
Non ciò che è morto né l’eterno o il divino,
soltanto quello che è vivo, piccolo, silenzioso, indifferente
e solitario vivo.
Questo io cerco.
Carlos Drummond de Andrade


Mentre con la macchinetta fotografica appesa al collo, passeggiava per le straduzze del paese antico e marino, si fermò a scattare una foto a quell’altarino improvvisato, dai colori pop. Allontanandosi, col naso in aria, a inseguire un volo, ricordò perfettamente, lui, il Privo Di Memoria, un intero brano letto chissà quando:
"Il segreto del nostro essere chiede ancora di venire svelato. Il primo passo è di fermare queste oscillazioni della coscienza che mi tengono sveglio. Solo, prima di ordinare alle oscillazioni di fermarsi, prima di pagare il conto e di andarsene, bisogna porsi in una situazione tale per cui i sussidi metafisici possano avvicinarsi."

Sai che respiri male? Respiri irregolare. Qualche volta in mezzo della notte te ne fermi varie secondi e non prendi nè una goccia di aria. Poi dici che io fumo.
Io quando respiravi pensavo ti prendo e ti cullo.
Dicevo, ei, senza dirti il nome tuo.
Dopo mi vestivo meglio. Bevevo te del himalaya. Scendevo. Camminavo la strada. Acquistavo sigarette. Guardavo il fiume. Bevevo altro caffè.
I fiumi non hanno andata e ritorno, vanno sempre al mare come le capre alla montagne.
Se arrivi in una città dove nessuno ti connosca, puoi inventarti. Fai cose che non si speranno da te. Se la gente già ti stà aspettando, ti sente venire, finnisce che arrivi sempre al posto che ti tenevano previsto. E come i cani di Paulov, le metti la sua musica e loro ballano e salivano.
Io credo che tu mi aspettavi dormendo. Aprivi la bocca e mi baciavi e m’imbrogliavi con le tue gambe e mi mescolavi coi tuoi sogni.
Si che la mattina, non c’eri più, come se venessi dallo straniero.
Ma le notte, si.
Se nessuno ti aspetta da nessuna parte, puoi inventarti una vita, cambiarti il nome.
Arrivi dove vuoi, non c’è uno muovendo fazzoletti rossi per farsi vedere. Guarda i tori come li cambiano la rotta.
I desideri si muovono nei buchi solo. Dove c’è vuoto. Si che nel spazio è differente. I buchi hanno una tale forza di gravità che si mangiano le energie e atraggono tutto. Ma nella terra non.
Quando dormivi respirando irregolare, primo di andarmi, avevo letto di un cantante italiano che fu felice in Mongolia.
Quando arrivò lì, era il posto che sempre aveva desiderato da bimbo.
In Mongolia trovò solo cielo vuoto e cavalli sciolti e acquiloni planando sul aria abnorme tale come si sperava. Poi si ricordò tutte le cose che già sapeva della sua vita per bocca della nonna di Emilia Romaña.
Stava in Mongolia come quando Dio si ricorda di Saulo e l’invia il laser, sperando illuminarsi.
A me Mongolia mi fa apprensione già solo il nome, dopo direste che si vedeva venire che restavo idiota.
In Palermo la patrona è Santa Rosalia. Santa Rosalia si messi 5 anni sola in una grotta e quando la trovarono morta finì la peste in Sicilia e la nominarano per proteggere Palermo. Disse Goethe che era bellissima li in stasi tipo santa teresa. Si stette ore guardandola. Quando lascio la grotta era notte.
Sono in Palermo perchè in Catania si trova il Etna vicino e s’inizia a soffiare impazzitto.
Meno male che Goethe viaggiaba col capotto bianco lungo dei quadri perchè quando uscì pioveva.
Palermo, il clima, lo ha mezzo tropicale. Di colpo piove che cade il cielo e di colpo si ferma 4 mesi e stai a 50º.
Palermo è orientata verso il Nord.
Allora le stelle e la luna non si riflessano nel mare, il mare è sempre nero o blu oscuro. Non capisco troppo questa cosa delle stelle ma lo disse anche Goethe che li si stava già inventando Nausicaa.
Nausicaa forse lo leggo ma domani.
Vado.
Ah.
Si che non sono troppo felice quando mi sveglio ma questo già lo sapevo quando me ne andei. La gente viaggia e poi si lamentano perchè nelle città piovveva sempre o era tutto chiuso con le strade levantate e gli stranieri erano idioti, mangiano cervelli di scimmie o bene t’inviano al quinto cazzo se li domandavi dove era il monte Pellegrino. Li capita questo alla gente perchè viaggiano misurandosi contro città che solo essistono nella sua immaginazione. Sono città di una bellezza che la vita non tiene neanche se te ne vai in Mongolia e vedi ñu volando. Poi, neanche i ricchi erano felici. Sembrava che si stavanno toccando la balalaika tutto il giorno, guardandoti dal Queen Mary mentre io ero in ufficcio ma anche loro sanno che la vita nell’ultimo momento, finnisce.
Palermo è normale con la parte moderna più brutta ancora che Vigo e un caldo che devi mangiare pastiglie per non cagarti .
Io me ne fu per sapere se mi venivi dietro solo.
Io già so che non sarò felice senza te. Ma gli ultimi giorni mi svegliavo sempre pensando che non saresti più. Col corpo ancora dormito, il mio cervello era già in allarma: non c’è.
Allora ho pensato che forse ero io chi volevo andarmi.
Ma ti amavo come l’aria
Poi, pensai che l’aria non si ama, si respira.
In Palermo l’aria è fermo. E come una nebbia azzura che circonvala le cose e sembra che tremano ma è un effetto ottico.
Allora non si devi risparmiare aria.
Puoi starti respirando 5 ore che niente si muove

manifesto
Myself
|
|||
primo (sotto)Titolo: Bù!
Cartografo folletto
di cf25302015
- - - - - - - - -
altro (sotto)Titolo: Bosco di Gioia

Estratto da una petizione:
……
- circa 200 piante d’alto fusto fra le quali
- alcuni maestosi esemplari di particolare pregio, in ottime condizioni e quasi centenari: 1 magnolia, 1 faggio rosso, 1 faggio querquifolia, 1 platanus occidentalis
- 1 leccio In splendide condizioni ancorchè bisognoso di cure
- 10 esemplari di tiglio in unico filare di piante coeve e 3 carpini bianchi, con ampia disponibilità di luce ed aria, In ottime condizioni
- 1 olmo carpinifoglia e 1 abete in ottime condizioni
- 19 essenze (tuie, abetini, cupressus, acer megundo, allantus, faggi penduli, querce rosse, bagolari) in buone condizioni
- 46 essenze (2 tassi, 10 faggi, 4 faggi rossi, 4 laurus cerasus, 14 cupressus, 2 pinus, 2 pinus silvestris, 8 platani) in discrete condizioni vegetative e comunque facilmente recuperabili.
– 80 essenze (20 cedri, 50 magnolie, 10 agestroemia) allevate in filare e conseguentemente in mediocri condizioni vegetative, recuperabili al 30%
……
E’ l’estratto di una petizione indetta a Milano per la salvaguardia di un’area verde urbana che rischia di essere spazzata via, diciamo per disattenzione, va’. Per maggiori dettagli andate qui . Io aderirò alla petizione scaricabile qui, chi fosse interessato puo’ inviare i propri dati al sottoscritto, Paolo (per email, o oppure messaggio interno splinder a "cf10052015" o "cartographe.fou"; provvederò poi a spedire il tutto.
Saluti a tutti.
p.s. In tutta la faccenda c’e’ un curioso caso di omonimia, scopritelo: oh già.
di cf10052015
Che cos’è la realtà? Se la non-realtà è concepibile come una sorta di calderone in cui tutto può accadere, per cui potrei raccontarvi che – il papa è figlio di una grande figa di dieci metri per sei, chiamata Conclave.Tutti i cardinali sgomitano e si fanno secchi l’un l’altro per raggiungere l’unico ovulo fecondabile.Le fumate nere indicano che un cardinale s’è abbruciato, come una zanzara contro la lampada.Finchè arriva la fumata bianca che sarebbe lo sbuffo della grande figa evacuante il cardinale che dentro l’ovulo s’è trasformato in papa, con tanto di berretto. Il cardinale nasce papa e il primo schiaffo se lo dà da solo. Comincia subito a frignare in latino.Eccetera- racconterei un’ irrealtà. Pure una stronxata, suvvia,non datevi pena.
Ma invece, sul serio, la realtà che cos’è? E’ meno reale un delirio o un sogno o una stronxata scritta un minuto fa?
Me stesso o io? Cosa pesa di più sul piatto della bilancia? Esiste una bilancia? E’ davvero questo quelllo che m’interessa? Potrei parlare per ore di quello che mi passa per il cervello, senza toccare mai niente di reale, nè di essenziale per la mia anma. Ho un’anima? A cosa mi serve? Perchè mi chiedo a cosa mi serve? Perchè non me lo chiedo quasi mai?
Dove sono le cose accadute? E soprattutto dove sono tutte le cose mai accadute? Il fatto che non siano accadute le rende meno reali? Perchè soltanto ciò che è accaduto viene chiamato realtà? Me stesso o io, di ieri, ma anche di questa mattina, per non dire di cinque minuti fa o un secondo fa o adesso, dov’è andato a finire? Dov’è il dito che scriveva " scriveva" ora, mentre sto scrivendo "scrivendo "?
Dove finiranno l’uomo, la donna, il formicone nero per terra, il punto interrogativo, lo scroscio di pioggia, il sogno di questa notte, la fitta alla cervicale, le sensazioni che s’alternano in questo cuore che pompa il sangue per vie oscure, la notte prossima a venire, il me stesso che s’alzerà da questa sedia, compirà i suoi riti di preparazione alla piccola morte che è il sonno, il me stesso che tra un secondo mettterà l’ultimo punto interrogativo di questa specie di superficiale ravanare nel nulla?
Rufina da un suspiro.
"Estoy muy contenta de encontraros, amigos mios.
Ya empezaba a estar harta (cominciavo ad essere stanca) de hablar solo con Carlota.
Carlota es mi lavadora automatica. Os voy a presentar Carlota, ésta Marijuili, éste Ernesto.
Chicos, ésta es mi amiga Carlota".
La puerta redonda de la lavadora se mueve como una gran boca para decir:
"Hola…"


Cry Baby, 1990
Cecil B. Demented, 2000