Stai sfogliando l'archivio mensile di marzo 2005.


Baikal lake

Sì, il cugino Ernesto è ammarato, lì, proprio lì nei pressi del delta del fiume che passa per Ulan-Ude. Si fa per dire ammarato: è allagato, cioè si è pure rotto un galleggiante del coso idrovolante, per cui è ammarato allagandosi nel lago Baikal. Quivi si è recato per vedere come e quando possonsi acquistare mummie  di contrabbando appartenenti a razza caucasica.  Quindi per poi rivendere di frodo a musei occidentali, ecco. Scopo rubarizio fraudolento ed esportazione illecita. Poichè egli è edotto ( poichè è uomo coltissimo)che quivi baikalando furono negli anni scorsi scavate alcune mummie di razze sconosciute ai più, ma note ai connaisseurs de l’archelogie classique et non. Esso cugino dott.Ernesto è esportatore non autorizzato di cadaveri imbalsamati, peraltro da alcuni incompetenti detti cadavres/esquis. 

Se qualcuno o veruno non crede a detto postulato o tesi o checchè, abbia la malapasqua.

All’età di 8 anni lessi tutta la saga della Alcott e così mi dedicai alla stesura di un racconto che parlava di 6 sorelle nate a distanza di due o tre mesi l’una dall’altra, pur essendo figlie della stessa madre, appartenente alla razza umana.
Si chiamavano Ethel, Rachel, Raphael, Jesael, Bel e El.
Partorivano a tutto spiano.Ebbero 138 figli, tra i 10 e gli 11 anni. Non moriva nessuno, mai.
(Ridevo poco, ma ridevo).

Dai tredici ai sedici anni m’ubriacai  con la poesia di Prevèrt e scrissi d’ un amore disperato che non hai un cerino
per allumare la siga sotto il lampione
mentre due amanti avvinghiati invece
danno fuoco alla notte
e un cane nero e randagio mozzica a sangue
il polpaccio del prete
e la ballerina di terza fila si suicida dalla tour eiffel
con gli occhi pesti di rimmel per cui
adieu mon amour.
(Ridevo ancora, assai raramente).

Poi precipitai nel vuoto siderale con Beckett Borges Sartre Pavese Rimbaud e Mayakowskii.
Mi trascinavo dietro chili di quaderni ricoperti di una scrittura che mutava continuamente di forma, ma restava identica nel contenuto:
essere, perdio, questo è il problema.
M’uccido oggi. No. Forse domani.
Alterità dell’io che muore restando vivo.
Alterità del muoio che sono io. Perdio.
Pietre su pietre.
Sbam.Una porta si chiude.
Slam.Una porta si apre.
O la apri o la chiudi quella porta, perdio.
(Non ridevo assolutamente più).

L’incontro con la beat generation determinò il salto ad un linguaggio parlato e visionario, pieno zeppo di
Uh! Ah! Uh! O Santo Bikkhu incoronato d’oppio! ascultatore del lamento dei gigli ! pazzo che danzi  alla luce del sole ottagonale!
Uh ! Ah! Uh!
L’idea dell’esistenza di un deserto pieno di rottami scintillanti  dove trascorrere il tempo mangiando peyote e proponendo koan zen ai cactus, sembrava essere molto divertente.
(Tornavo a ridere, sotto forma di ghigno),

Infine, anni dopo,  per ora, ancora, approdai nell’isola dell’Umorismo Doloroso di Saul Bellow, e imparai a ridere quando si piange e a piangere quando si ride, come sostiene quel mattacchione di Moses Herzog dal cuore pieno di rimorsi e rimpianti:

se sono matto per me va benissimo.

(  )


Maestro Duccio da Buoninsegna           -            Le Marie al sepolcro

Cari amici cartographes fous

Spero che l’angelo qui effigiato magistralmente da Duccio di fronte alle tre Marie

che van cercando il Cristo ormai risorto sia di buon auspicio per questa primavera.

La scenetta qui dipinta fa parte del grande straordinario polittico

della Maestà di Duccio e si trova al Museo dell’opera del Duomo di Siena.

Auguri a tutti!

è ufficiale, quest’anno è  p a s C u a, saluti a tutti. p.


L’idrovolante Cant 506 del sergente maggiore Dorian Ernesto durante uno scalo nell’Egeo

ed il detto sergente nonno di mio cugino Ernesto è visibile sulla passerella a destra mentre consegna una mozzarella avariata

ad un caporale tirapiedi del generale Guderian il quale avvertì notevoli mali di pancia dopo l’ingestione di tale primizia italiana.

Poi il detto Dorian Ernesto fu processato da corte marziale.

Ma egli riuscì ad evadere, e da Rodì fuggì in Turchia su di un canottino.


beriev

Quel giorno decise di mangiare scarola.

Anzi lo decise il giorno prima quando al mercato non resistette dal comprarne tre fasci.

Tagliò le punte rovinate dal freddo mentre il lavabo si riempiva d’acqua.

Nell’acqua ci mise un cucchiaio di bicarbonato e le foglie bianche, verdi e arricciate.

Il terriccio più consistente precipitò sul fondo da sé, ma dovette sciacquare per bene ogni foglia per pulirle alla perfezione.

Con pochi gesti, sapienti.

Il ritornello le tornava in mente, provò ad accennarlo, le mancavano le parole, si sentiva stonata ma cantava dentro di sé senza sbagliare una sola nota.

Sciacquò le scarole una seconda volta.

L’acqua cominciava a bollire nella pentola.

Era sola in casa , una gran voglia di scrivere, un impulso forte, fisico, tanto quanto il volersi fare la scarola o urlare al mondo intero la più profonda delle verità.

Era rimasta colpita da un articolo sul giornale dove qualche esperto diceva che il cervello umano è una macchina sofisticata, molto più della più complessa macchina elettronica.

Forse condizionata da quella lettura percepì i pensieri che avrebbe voluto esprimere, numerosi, confusi, come una serie di files tutti "aperti" contemporaneamente davanti a sé; cercò di approfondirne qualcuno, uno alla volta, ma era come se non ne avesse la chiave di accesso, li vedeva da fuori così come quel giorno vedeva se stessa.

Le succedeva spesso.

Le sembrava di avere a portata di mano la storia, composta dei pensieri e delle idee buone per costruire una trama avvincente, sincera, profonda; tutto invece restava lì lì per nascere senza mai succedere.

L’acqua stava per bollire, ci buttò il sale grosso, per non sbiadire il verde delle foglie.

Si guardava da fuori nel compiere gesti già compiuti e affinati nel tempo.

Con pochi gesti, sapienti.

E nella mente, oltre i pensieri, una canzone, sempre quella:

"Tu non cunusce è femmine ssì ancora accussì giovane."

Un ricordo perfetto.

La cantava sempre, lei, le metteva allegria.

Spesso la cantava per sfidare il marito, per smuoverlo, che allegro non lo era quasi mai.

Gli era sopravvissuta per trentasette anni.

Oggi la cantava ai nipoti.

"Curre mbraccia addu mammà ca mammà te ppò capì."

Era sicura di quello che cantava, la rafforzava quando la canzone dice chi tene mamma nun chiagne. (chi ha la mamma non piange, non ne ha motivo).

Con pochi gesti, sapienti.

Si rivedeva nella mente con quei gesti, piccoli, essenziali ma efficaci, già eseguiti da nonne e bisnonne.

Le mani agivano da sole, sapevano il dafarsi senza disturbare la mente occupata in un altrove molto vicino, attiguo.

Mise le scarole preparate a puntino nel piatto, ad altri occhi sarebbero risultate invitanti ma lei non ne aveva più voglia.

"e passe e spasse sotto à stu balcone ma tu ssi guaglione".

inviato da cf05003025

Quella domenica il tempo rinfrescò, la foschia limitava la visibilità a qualche decina di chilometri, anzi, non più di dieci.

Il signor Cieffedieci, impegnato nelle solite oscure e inutili attività ricevette una telefonata intorno alle otto.

- Sono la Egle ti ho svegliato?

Egle, Egle Azzimonti da Taino era, anzi è un’ambulante specializzata in lunapark lacustri, Svizzera compresa; dal suo camion/negozio con la scritta "Polli Egle" rivende croccanti e croccantini ed è nota per i suoi polli di plastica colorata contenenti caramelle, gommose e gelées, cioccolatini quando non è troppo caldo, ma niente zucchero filato.

- No sono sveglio da un bel po’, ciao Egle, che c’è?

- Senti non so come fare, sono qui ad Arona, al Tredicino, sono a corto di polli, quelli con il croccante e la codetta, che mi dici?

Cieffedieci conobbe la Egle al santuario di Boca che erano ragazzini quando i ragazzini portavano i sandali, blu per i maschi e bianchi per le femmine e senza possibilità di alternativa.

Vuoi per mancanza di alternative, vuoi per disattenzione dei genitori quella volta finirono dietro il santuario nella zona picnic e sotto le piante si tolsero i sandali e non solo quello eccetera.

Si persero di vista e passò pure un secolo; poi la vita e varie e losche faccende fecero si che si riavvicinassero e cominciarono a scambiarsi favori, cose pratiche, niente di più, nemmeno una amicizia vera e propria.

- Egle se mi dai un due ore te ne preparo una ventina e li porto giù io, devo comunque passare di lì per una faccenda.

- Bravo Ciffe, quanto sei bravo, hai capito, allora ti aspetto.

- Ciao, a dopo.

Cieffedieci o come lo chiamava la Egle, Ciffe quella ventina di polli li aveva già pronti in cantina ma voleva vedersi in pace il gran premio della Malesia che per via del il fuso orario veniva trasmesso di mattina, alle otto; purtroppo, giro dopo giro, il gran premio risultò essere noioso, con le posizioni assestate, distacchi netti, pochi sorpassi e per giunta malamente ripreso.

Spense il televisore, si mise i sandali, scese in cantina con la scatola della ventina di polli di plastica gialla e rossa, attaccò il biroccio alla bicicletta e partì.

Effettivamente l’aria era frescolina e sul subito si pentì di aver rimboccato le maniche della camicia, poi la strada, direzione Gattico, (img1) saliva leggermente e ben presto la sensazione di freddo sparì: oltre al rumore di moto e macchine della domenica mattina quel leggero "uuuuuuuu" dell’aria negli orecchi lo faceva sentire in viaggio.

Da Gattico la strada prende a scendere, verso il lago che quella domenica era nascosto dalla foschia.

In località Muggiano inferiore si fermò davanti alla sede de la "Societé des Cartographes Fous" (img2) da poco ristrutturata; faceva parte anche lui di quella banda di matti. Quel giorno il grande fabbricato in mattoni rossi era deserto ma le vetrate della sala conferenze (img3) brillavano al sole malgrado la foschia. Essendo il cartografo più prossimo alla sede si sentiva come una sorta di custode e non gli seccò più di tanto il dover andare a chiudere un serramento (lasciato aperto da chi? testoni!) nel secondo fabbricato che era poi la foresteria, composta da quindici piccoli appartamenti (img4) (img5) ricavati da una vecchia casa a ringhiera, di quelle strette e lunghe e con le scale sui ballatoi.

Proseguì per Oleggio Castello e quindi Arona, sempre in discesa più o meno decisa.

Impiegò meno di mezzora.

Da tanti anni il Tredicino era allestito nel grande parcheggio in riva al lago, direzione Dormelletto.

Nella tarda mattinata il luna park cominciava ad affollarsi, perlopiù genitori e bambini, poi nel pomeriggio sarebbe giunta la folla dei ragazzi, dei motociclisti e dei milanesi in gita.

Con catena e lucchetto attaccò bici e biroccio a un cartello stradale, prese su la scatola e si avviò per il corso principale delle giostre.

Il banco della Egle con la sterminata distesa di colori dolciastri e rotelle di liquerizia campeggiava proprio di fronte al bruco-mela : i famosi polli appesi a file, a grappoli, a ghirlande.

Lei, con l’immancabile grembiule bianco e una permanente a prova di fortunale (img 1) adocchiava e nonscialava una famigliola in transito.

- Egle! – Egle sobbalzò.

- O mama, spavento, sciemu!

- Toh, eccoti la roba, rumpabàli d’una rumpabàli (rompiballe)!

Il tipico parlare del più e del meno andò avanti per un po’, e il tempo strano e il caldo, e quanti polli hai venduto la settimana scorsa, e la famiglia tutto bene, e contami un po’ meglio di ‘sti cartografi ‘sti artisti ‘sti geni, e i falsi venduti agli svizzeri.

Ciffe portò i polli nel retro del banco, sul camion con la scritta "Polli Egle", dietro il camion il parapetto sul lago, con i pontili della "Navigazione Lago Maggiore" (img 2) e la vista della Rocca di Angera (img 3) nella foschia.

Egle lo invitò per la sera, dopo la chiusura del lunapark, al dancing galleggiante (img 4) (img 5) – portati qualcuna no? – ma sapevano entrambi che le balere erano indigeste al Ciffe.

Ciffe ed Egle si salutarono, lei gli mise in mano un stecca di croccante alle arachidi, un bel cinque etti di roba, era così che saldavano i conti tra loro, merce, dolci, e senza smancerie.

Prima di ritornare verso casa, Ciffe pedalò a passo d’uomo sul lungolago (img 6) fino alla grande edicola dell’imbarcadero, dove prese i giornali.

Imboccò la strada del ritorno mentre il traffico in direzione lago aumentava; a Oleggio tirò dritto per la statale e in poco più di mezzora fu nuovamente a casa, appena appena accaldato e in tempo per il pranzo.


greenwich

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