Stai sfogliando l'archivio mensile di gennaio 2005.

[ Inno Al Trentun Gennaio ]
è tuo ospite, tienilo il tempo non potrà distruggerlo, ha costruito
Ho da poco ricevuto la disperata richiesta di soccorso di tal Julius Cornelius: trattasi di pochi cenni in delirante progressione .
Per ragioni più scaramantiche che di riservatezza il testo integrale dell’appello non verrà pubblicato oggi.
Nel biglietto incrostato e poco leggibile si fa riferimento alla Sig.ra Condé vedova Arleac principessa Verdurin, la quale è stata prontamente avvisata.
La squadra di ricerca è già partita da due ore anche se il segnale della balise è sempre più debole e la zona da perlustrare davvero molto estesa.

Han tomb brick.jpg
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce come la placenta di un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò. “Io sono!” “Sono il Serpente… il Cacatua… la Formica del Miele…il Caprifoglio…” E questo primo “Io sono!”, questo primordiale “dare nome”, fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’Antenato.
Ogni Uomo del tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo con il piede sinistro è gridò un secondo nome. Mosse un passo con il piede destro e gridò un terzo nome. Diede il nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e con i loro nomi intessè dei versi.
Gli Uomini del tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e, infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro “Dimore Eterne”, ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono “dentro”
da "Le Vie dei Canti"
di Bruce Chatwin- capitolo: Il Principio.
Con gran pericolo vi faccio avere coteste mie inutili novelle tramite corrieri turcomanni o a volte per via di corvi viaggiatori i quali in cambio di una ciliegia sotto spirito consegnano messaggi alle poste dell’Imperial Governo. Dunque, mi sono trascinato per centinaia di kilometri con i carovanieri tungusi, quelli dei cammelli, attraversando il deserto del Kun Lhun shan, mangiando robaccia, tipo minestre di latte di cavalla con polentine di miglio, quando va meglio zoccolo di mulo bollito, uno schifo totale.
Poiché mi lamentavo di tale dieta il capo carovaniere, tale Tunman, mi ha minacciato con una frusta, dandomi del parassita occidentale, capitalista porco, revisionista del cazzo. Quindi, appoggiato dalla sua marmaglia mi ha espulso dalla loro colonna proprio quando ci trovavamo sotto la più grande duna del mondo,

un duna enorme, incredibile per cui mi sono dovuto fare a piedi una salita estenuante mentre quei barbari vociavano di sotto:
"Adesso vedrai che ti trovi, brutto minchione, ( loro dicono: brut min ciun) ti troverai nel territorio degli Xiun-nù, e saranno affari tuoi!".
Di fatto ho avuto grande paura perché mi sono rammentato che gli Xiun-nù non sono altro che i discendenti dei terribili Unni, ma le jeux erano fatti, per cui procedetti cauto avendo visto in lontananza un lago dietro il quale stanno altissime, meravigliose montagne.
Da una mia consunta mappa ho dedotto che esso possa essere il leggendario lago Karakul.
Presso le sue rive ho trovato un yurta abbandonata.
Nessun Xiun-nù intorno, per fortuna.

ci sono, ci siamo, è in cantiere l’ "esposizione universale delle ombre" (titolo provvisorio), ma non solo, intanto:
PONTEGGI


saluti.
Nei viaggi si vedono strade diverse, è impossibile seguirle tutte, chi sa dove portano, parecchi gli incroci, i bivi, gli orizzonti finiti.
Eppur di essi si può pensare, immaginare. Spogliarli, denudarli di desiderio. Resteranno sempre incognite le strade, ma mai sopita la voglia. E di esse si conosce perfettamente la possibilità, di delusioni, di avventure, di scoperte o banalità.
Tuttavia, se ne sceglie o se ne imbocca costretti, una. È bello, scivolarci via; si può avere una meta, o andare d’intuito, d’istinto, semplicemente. Ci si adatta, ci si plasma al sentiero. Impressi gli sguardi dei viandanti, anch’essi miti sconosciuti. Razze, costumi, fisionomie diverse, e quanta paura la diversità, la fatica di giornate e camminate insopportabili; il sudore, l’arsura, la sabbia.
Il rumore della sabbia sotto i piedi, il crepitio delle foglie, l’odore del fango. Masticare i suoni della natura d’intorno, non ovviamente bella e ospitale, promettente, forse troppo dura, chi sa.
Sono le necessità inconsce che ci salvano, quel modo di vedere; curiosità che, per evoluzione, ci spinge come motore alla ricerca, e fa contrarre i nostri quadricipiti.
E si continua.
Con lo spirito dell’indeterminatezza, della precarietà e della provvisorietà, e l’affanno,
premiati dalla curiosità che esige di andare oltre le cornici di acacie, le foglie che fanno da contorni agli spazi di cielo e monti, da dipingere di stupore.
Non perdersi.
È indispensabile non perdersi, e sarà l’esperienza la bussola. Consumare i passi che portano al sorriso sapiente.
Le parole. Il tempo è come le parole che definiscono i giorni, gli sguardi, ed ogni percorso ha le sue di parole. Il viaggio più va avanti ed il bagaglio si riempie di nuovi suoni, assonanze, allitterazioni, sdrucciole,. È tutto quello che si vede, si sente, si dice.
L’aria d’intorno è riempita dai respiri dei suoni delle parole.
Così i ricordi. Più si cammina più ci sono aggettivi per il ricordo; è come nutrirlo, vestirlo, maturarlo, e così anche esso nuovamente parla.
In pochi passi, si possono incrociare chilometri di storie.
Pochi passi possono essere un viaggio.
Lei accanto alzando la voce insisteva affinché rispondesse al comando, era indispensabile capire le sue capacità, per poter comprendere il suo progresso e la concordanza con suoi dati storici. Di fianco un po’ inebetita, mentre la malattia la mangiava inconsapevole, tenera, era spettatrice, indifferente ai rimproveri e sorrisi consumati nel frattempo, la compagna di stanza. Non aveva nessun motivo voluto per trovarsi in quella situazione, eppure, il suo viaggio la condusse lì; di lì a poco forse alla conclusione.
Tutto in pochi passi, pochi minuti, è stato un viaggio, ed oltre la cornice della porta, altri muri che fanno da contorno agli spazi per altri cammini, altre storie. Si dipinge di stupore la consapevolezza che molto c’è da vedere e sentire tra tutte queste strade.
E si stirano i tendini, si induriscono i muscoli, si aggrappano all’attrito dell’aria, scaldati e pronti per masticare nuove sensazioni sotto i piedi: riparte il viaggio.
( quasi cartographe)
Nelle fredde e caliginose terre del Nord-Est lei si svegliò di soprassalto smoccolando.
Allungò la mano verso la lampada, ma si ricordò, di colpo, che proprio ieri, con una manata, l’aveva fottuta. Il gatto nero, che aveva appena fatto una scorribanda sul suo cuscino, miagolava pietosamente.
A tentoni si lasciò guidare giù dalle scale e versò nella ciotola i biscottini “Coniglio, pollo e verdure” + sali minerali, omega 3vitamine e, incorporati, pelo lucido, ottima forma e migliore digestione. Stop.
Bah! Sbadigliò assorta tentando di azionare quella stronza di levetta del gas.
Quella mattina doveva dar luogo all’ingrato compito di spedire, tramite corriere, un sacco di avena a quello sfigato del “falsario”.
Che cosa ne avrebbe fatto Dio solo lo sa, ma erano cavoli suoi.
Ormai gliel’aveva promesso.
Sbadigliò di nuovo.
L’unica sua preoccupazione era il prezzo dello scambio.
L’ultima volta lui le aveva spedito, come ricompensa, un sacchetto striminzito di miglio, a lei che di “canarini” nemmeno l’ombra.
Per evitare sprechi si era ridotta ad ingurgitare i semi, di mattina presto, scolandosi, insieme, un bicchiere di acqua gelida.
Puah! Si grattò la testa perplessa.
In realtà, doveva confessare a se stessa che, da qualche tempo le capitava, di tanto in tanto, di gorgheggiare festosamente.
Vabbè un’altra spedizione e poi basta; quel “falsario” non le ispirava fiducia proprio per niente.


